Il tema del progetto è incentrato sulle metropoli concepite come punto di partenza di un’indagine artistica volta alla valutazione dell’ambiente che ci circonda, viste come città perdute nel tempo e soprattutto “abbandonate dall’uomo”, l’artefice che le ha costruite. Dietro il riscontro puramente estetico, si nasconde una precisa interpretazione: non si tratta di un abbandono fisico ma mentale e inconscio a cui consegue il caratteristico e sempre più frequente fenomeno di alienazione dell’uomo che nell’isolamento individuale, cerca di sfuggire alla realtà che lo circonda e dalla quale si sente oppresso.

 

Questa linea percorre l’intero progetto, dalla scelta delle opere in mostra a quella del divertente e introspettivo romanzo di Andrea Antonio Mascia, Entropia in una tazzina di caffè. Dedicato al tema e alle varie chiavi di lettura della società metropolitana calata nella storia della quotidianità di Cagliari, il romanzo restituisce l’immagine di una città per molti aspetti ancora “provinciale” ma che porta il nome di capoluogo isolano e simbolo dell’esistenza cittadina, lontana dal significato concreto della vita finalizzata al ciclo agro-pastorale ancora diffuso in molti luoghi dell’Isola.

 

E’ istintiva l’ispirazione della mostra al celebre film di Fritz Lang, costato negli anni ’20 circa otto milioni di marchi e per il quale sono state utilizzate più di 35mila comparse, è stata spontanea e inevitabile, non tanto per il titolo scelto, quanto per il contenuto e per la resa estetica sulla quale gli artisti hanno lavorato. Già in precedenza noti registi hanno trovato ispirazione, attingendo dal capolavoro espressionista che ancora oggi rappresenta un punto chiave nell’interpretazione dell’arte contemporanea e rivela aspetti di una società proiettata nel futuro. Rispetto al tema del film i lavori in mostra sono in entrambi i casi orientati verso il discorso dell’alienazione dell’essere umano, il dubbio della sua esistenza e la creazione di un mondo governato dalle macchine e dalla tecnologia.

 

Le luci abbacinate delle stampe fotografiche di Simone Giovagnorio richiamano i rudimentali effetti speciali della pellicola di Lang riportandoci anche all’essenzialità caratteristica dell’underground spoglio e oppressivo abitato da un'umanità resa schiava dalle macchine e dalla tecnologia. Nelle fotografie dell’artista romano sembrano cogliersi gli improvvisi allargamenti di campo e le continue verticalizzazioni dello spazio scenico che nel film si materializzano soprattutto attraverso gli immensi grattacieli. Il grattacielo, il monolite visto nel 1927 come esempio di architettura avveneristica, compare, invece, nelle tele di Michele Mereu interpretato in chiave attuale come elemento di un paesaggio urbano ormai storicizzato dove l’uomo, un tempo l’artefice, non è più presente.

 

Erica Olmetto

 

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